CON SENTIMENTO – Torneranno gli angeli

torneranno gli angeli

“Torneranno gli angeli” è il titolo di una bellissima canzone degli anni ottanta di Fiorella Mannoia. Questo lo sanno un po’ tutti. Elisa invece, ricorda che, “Torneranno gli angeli”, è il titolo di un pezzo scritto una quindicina d’anni dopo l’uscita del brano della Mannoia. Elisa, quel pezzo che apriva il numero 10/1997 del giornalino della Pallavolo Pro Pila–Castel del Piano, quella copia del giornalino, ce l’ha ancora. E’ proprio quello della foto che accompagna queste righe. Con qualche piegatura, la carta è un po’ ingiallita ma è ancora lui. E’ lì a rappresentare un ricordo che non si cancella. E’ la testimonianza di un’epoca, di un periodo della vita sportiva di una bravissima pallavolista che, vittima di problemi fisici importanti, proprio nel momento in cui scrissi quelle righe, finalmente riusciva a lasciarsi tutto alle spalle… Dopo il buio, la paura di non poter più giocare, il timore di non tornare “quella di una volta”, la rinascita. Tutto alle spalle. Si torna in campo.

Lo sport è bellissimo e crudele. Lo sport è la palestra dei sogni di tante persone… Degli atleti in primis, senza dubbio. Lo sport regala a loro la possibilità, attraverso il lavoro, l’impegno, la passione, il talento, di provare emozioni che forse in nessun altro ambito potrebbero provare. Comunque, emozioni uniche. Quelle che si assaporano, per esempio, vincendo. Vincere, nello sport, è qualcosa che solo chi l’ha provato può capire. E’ bellissimo per la conquista del risultato in se, e per mille altri aspetti che formano il carattere, la personalità di un vincente. Ma, oltre all’inebriante fragranza del successo, lo sport ti concede anche il privilegio di sentirti sconfitto. E’ il volto amaro della competizione, l’altra faccia della medaglia, ed è davvero importante, quella della sconfitta, come lezione. Ti insegna che si cade, si china il capo di fronte ad un avversario più forte, ma che poi ci si rialza per continuare a lavorare e a credere nella possibilità di conquistare un risultato migliore, diverso, la prossima volta.

Lo sport è davvero bellissimo e crudele allo stesso tempo. Ti regala la “palla match”, quella che ti da la sensazione, per qualche secondo che, finalmente, quella coppa, magari la “SuperCoppa”… sia lì, a portata di mano, che finalmente potrai toccare anche tu un trofeo, sentirlo tuo e poter dire, magari per la prima volta nella tua storia: ho vinto, abbiamo vinto ! La speranza, è già bellezza. Però accade che la palla mach, magari nelle mani del giocatore più forte della tua squadra, non riesci a sfruttarla. E nemmeno un minuto dopo quella tua palla-match, sul copione viene scritto un finale diverso. Tu, da possibile vincitore, diventi lo sconfitto, nel lampo di un attimo. Questo è lo sport. Che amiamo e accettiamo con la sua bellezza e il suo sapore più amaro e crudele.

E’ crudele anche, per esempio, quando ti obbliga a fermarti, come accadde tanti anni fa ad Elisa. Magari all’inizio della stagione, all’inizio della preparazione, al primo “banale” torneo della stagione oppure nella più “normale” delle amichevoli pre campionato. In un’azione, in un movimento codificato e ripetuto all’infinito, in cui si inserisce la variabile del fato, quel piccolo invisibile granello di sabbia che fa inceppare il tuo meccanismo-organismo perfetto. Il nostro corpo, le sue articolazioni, i muscoli allenati alle mille sollecitazioni di una disciplina che chiede molto in termini di resistenza, ad un certo punto si inceppano. Sai che può succedere, devi metterlo nel conto ma, nel conto, invece, non ce lo metterai mai. E’ per questo che forse fa ancora più male. Sappiamo che si può perdere nello sport. Ma nessuno di noi parte mai battuto, nessuno di noi rinuncia mai in partenza a giocarsi la sua partita. E nessuno pensa di non poterla finire la partita, di non potersela giocare fino in fondo. E’ la parte peggiore, forse davvero il volto più crudele dello sport.

Ne abbiamo raccontate di storie in cui, i capitoli dedicati agli infortuni di carattere fisico, hanno un ruolo dominante. Le prime che ci vengono in mente sono quelle di Jessica e Noemi. Storie diverse, con un capitolo simile. Jessica è una roccia, l’abbiamo detto tante volte. Ha avuto ed ha una capacità non comune: quella di trasformare un problema in una risorsa, un freno in un “blocco di partenza” per dare nuovo slancio alla sua vita. Lo scorso anno, nel momento clou della stagione, il suo fisico le ha “imposto” di fermarsi. Infortunio, intervento chirurgico. Ci si ferma, per ripartire. Per tornare ad essere quello che siamo, forse ancora più forti. Lo sa bene anche Noemi che, dopo due stagioni da protagonista in B1, vede riaprirsi le porte della serie A2 in un ambiente nuovo e stimolante. Ma il fisico, in un allenamento come tanti, quando il campionato deve ancora iniziare, impone il pagamento di un dazio non previsto. Il ginocchio destro fa cedere tutta la meravigliosa impalcatura del fisico di Noemi. Che deve inventarsi una nuova vita, per esserci comunque, senza però poter fare quello che è il suo “vero lavoro”, ricevere e schiacciare. Un capitolo duro, che ci insegna l’importanza del tempo. Quello necessario a tornare ad essere ciò che vogliamo. Ma c’è un’altra storia di rinascita dopo un infortunio che non abbiamo ancora raccontato. E’ quella di Eleonora, che prima di spiccare il volo verso la serie A, deve pagare il prezzo più doloroso. A ventitré anni, viene tradita dal crociato mentre sta chiudendo la sua stagione con la maglia della squadra universitaria. Costretta a ripartire quasi da zero, col dolore come fedele e inatteso compagno di viaggio. Il fisio, Davide Pieragalli, che diventa la sua ombra, che la segue quotidianamente nel suo percorso di rinascita. Perché, naturalmente, Eleonora ha la forza per andare oltre, è capace di recuperare con una forza tale da meritarsi uno spazio accanto a gente del calibro di Toni Zetova, Manu Leggeri, Yevgeniya Dushkyevich… Solo se hai tenacia da vendere arrivi fin li, puoi far ripartire la macchina della musica, quella dei suoni che producono le tue mani quando prendono a schiaffi un pallone…

Lo sarebbero state comunque. Ma immagino che Jessica, Noemi ed Eleonora, saranno ottime compagne di viaggio per la Mea. Jessica, Noemi ed Eleonora sono passate per quella strada. Quella di chi si ferma mentre tutti gli altri continuano a correre; hanno affrontato quel percorso in cui il tempo non passa mai, il tempo diventa attesa infinita e centro della tua vita. Loro sanno del dolore e della paura. Dei mille dubbi e della solitudine del sentirsi comunque, a volte, inevitabilmente ai margini. Ma sanno anche che quel tempo odioso in cui “non puoi”, può diventare alleato prezioso per crescere sotto altri aspetti, per diventare importanti prima di tutto per se stessi e poi per gli altri. Sanno come si fa a non trasformare un problema fisico in dolore psicologico, conoscono quella che oggi chiamiamo resilienza, la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Anche con il sorriso, sì, con quell’espressione speciale con cui puoi dare forza agli altri forse prima ancora che a te stessa. E sanno bene, Jessica, Noemi ed Eleonora, quanto conti in certi casi il gruppo, la capacità di continuare a fare squadra, di appoggiarsi alla squadra e continuare ad esserne parte viva e protagonisti.

L’attesa dell’inizio della stagione, i sogni, le ambizioni e le speranze per questo campionato 2016/2017, adesso diventano qualcosa che la Mea deve imparare a vivere in maniera diversa. Una lezione non prevista, qualcosa di “più grande” dei muri e dei primi tempi cui ci ha abituato. Un compito complicato, ingrato, duro. E’ la vita che ci da una spallata, ci butta a terra, ci obbliga a rialzarci con fatica, magari appoggiandoci a qualcun altro, perché da soli non ce la facciamo. E’ la lezione inattesa di questo strano e crudele inizio, che trasforma il nostro sogno in qualcosa di “innaturale”, ma che dobbiamo accettare. Per crescere e ricominciare con più forza di quando ci siamo fermati.

“Per noi che non cerchiamo eroi”, canta la Mannoia nella canzone che da il titolo a queste righe. Invece, abbiamo bisogno di eroi. Abbiamo bisogno di persone capaci di essere i nostri eroi normali, quelli che a volte cadono (anche senza averlo “scelto”) e che ci insegnano a rialzarci, a ripartire. Eroi che alla sfortuna rispondono con la forza di una passione che diventa il fulcro per ricominciare a sognare. Perché proprio quelli che sembrano più lontani da un’idea eroica, quelli che sembrano più vulnerabili e indifesi, “in mezzo alla tempesta”, sono quelli a cui tutti noi abbiamo bisogno di aggrapparci. Perché loro ce la faranno, perché loro torneranno “quelli di prima” e col loro esempio daranno forza a tutti noi. “Ritornerà… l’azzurro e la magia, il lampo di un’idea”… E ritornerà, tutto, esattamente come l’abbiamo lasciato.

E poi, quando tutte le paure si saranno diradate, quando la tristezza di oggi sarà lontana, celebreremo il ritorno della Mea… “all’azzurro”… della sua maglietta nera numero otto. Come scrissi tanti anni fa per Elisa… “Perché ci sono ritorni degni di essere celebrati e favole a lieto fine che vanno ricordate. E ogni volta che torneranno gli angeli noi saremo lì a raccontarlo, sperando di vederli volare ancora, con i nostri occhi”. Aspetteremo il tuo ritorno Mea e, per ora, buon viaggio…